Invasioni biologiche e clima: il Mediterraneo cambia volto

Il riscaldamento del Mediterraneo e la globalizzazione stanno favorendo l’arrivo di specie aliene invasive, dal granchio blu al pesce leone fino alla zanzara tigre. Un fenomeno che minaccia...

Il riscaldamento del mare e la globalizzazione stanno accelerando l’arrivo di specie aliene invasive anche in Italia

Il Mediterraneo sta cambiando rapidamente. Non solo dal punto di vista climatico, con temperature marine sempre più elevate e anomalie termiche sempre più frequenti, ma anche dal punto di vista biologico. L’aumento della temperatura superficiale del mare, unito al traffico commerciale globale e alla connessione con aree tropicali e subtropicali, sta favorendo l’arrivo e la stabilizzazione di numerose specie aliene invasive.

Con questo termine si indicano organismi introdotti al di fuori del loro areale naturale che, una volta insediati, possono alterare gli ecosistemi, competere con le specie autoctone, modificare le catene alimentari e produrre impatti anche economici e sanitari.

Il fenomeno è riconosciuto a livello europeo e regolamentato dal Regolamento UE n. 1143/2014, recepito in Italia con il D.Lgs. 230/2017, che prevede misure di prevenzione, monitoraggio ed eradicazione per le specie considerate di rilevanza unionale.

Il Mediterraneo sempre più caldo favorisce le specie termofile

Il Mar Mediterraneo è oggi uno degli ambienti più sensibili agli effetti del riscaldamento globale. Le mappe della temperatura superficiale del mare mostrano anomalie positive diffuse, con valori particolarmente elevati in diversi settori del bacino.

Questo riscaldamento crea condizioni più favorevoli all’insediamento di specie provenienti da aree più calde, in particolare attraverso la cosiddetta migrazione lessepsiana, cioè il passaggio di organismi dal Mar Rosso al Mediterraneo tramite il Canale di Suez.

Secondo le rilevazioni ISPRA richiamate nel documento, il Mediterraneo registra un tasso medio annuo di introduzione di specie alloctone superiore a 25 nuove specie ogni anno.

Tra le specie ittiche più note troviamo il pesce leone (Pterois miles), predatore dotato di aculei velenosi, il pesce palla maculato (Lagocephalus sceleratus), pericoloso perché può accumulare tetrodotossina, i pesci coniglio (Siganus luridus e Siganus rivulatus) e il pesce flauto (Fistularia commersonii).

A queste si aggiunge il granchio blu (Callinectes sapidus), specie onnivora che negli ultimi anni ha avuto forte impatto su ambienti costieri, lagune e attività di pesca. La sua diffusione è favorita anche dalla scarsità di predatori naturali nei nuovi areali, con conseguenze importanti sugli equilibri trofici locali.

Non solo mare: anche fiumi, laghi e canali sono vulnerabili

Le invasioni biologiche non riguardano soltanto l’ambiente marino. Anche gli ecosistemi di acqua dolce risultano particolarmente vulnerabili, soprattutto quando specie introdotte per fini commerciali, alimentari o ornamentali vengono rilasciate accidentalmente o volontariamente.

Un caso emblematico è il gambero rosso della Louisiana (Procambarus clarkii), crostaceo estremamente adattabile. Le sue abitudini fossorie possono indebolire gli argini fluviali, mentre il suo ruolo di vettore del patogeno Aphanomyces astaci, responsabile della cosiddetta “peste del gambero”, rappresenta una minaccia per il gambero di fiume autoctono.

Un altro esempio è il siluro (Silurus glanis), grande predatore bentonico capace di alterare profondamente la composizione della fauna ittica nei bacini in cui viene introdotto.

Tra i rettili, invece, spiccano la testuggine palustre americana (Trachemys scripta) e la tartaruga dal guscio molle cinese (Pelodiscus sinensis), introdotte spesso per scopi ornamentali. Queste specie competono con la testuggine palustre europea (Emys orbicularis) e possono rappresentare anche un potenziale serbatoio di patogeni batterici, come la Salmonella.

Specie terrestri: insetti, mammiferi e nuovi equilibri ecologici

Il fenomeno interessa anche gli ambienti terrestri. Tra gli insetti invasivi più conosciuti vi è il punteruolo rosso (Rhynchophorus ferrugineus), coleottero originario dell’Asia che ha causato gravissimi danni alle palme in molte aree del Mediterraneo. Le larve scavano all’interno della pianta, compromettendone la struttura fino al collasso.

Tra i mammiferi, lo scoiattolo grigio nordamericano (Sciurus carolinensis) rappresenta una minaccia per lo scoiattolo rosso europeo (Sciurus vulgaris), sia per competizione alimentare e spaziale sia per la possibile trasmissione del parapoxvirus, innocuo per lo scoiattolo grigio ma letale per la specie autoctona.

Anche la nutria (Myocastor coypus) ha un impatto significativo. Originaria del Sud America, questa specie semi-acquatica danneggia gli argini attraverso l’attività di scavo e può incidere sulla vegetazione ripariale e sulle colture agricole.

Zanzara tigre e salute pubblica

Le specie aliene invasive non rappresentano soltanto un problema ecologico. In alcuni casi possono avere ricadute anche sulla salute pubblica.

Il caso più noto è quello della zanzara tigre (Aedes albopictus), introdotta attraverso il commercio internazionale e ormai ampiamente diffusa in ambienti urbani e periurbani. La sua rilevanza sanitaria deriva dalla capacità di fungere da vettore per diversi arbovirus, tra cui Dengue, Chikungunya e Zika.

Il progressivo aumento delle temperature, la maggiore durata della stagione calda e la presenza di microhabitat urbani favorevoli possono ampliare le finestre temporali utili alla sua riproduzione e attività.

Un problema globale con costi enormi

Secondo il rapporto IPBES 2023 citato nel documento, a livello globale circa 3.500 specie aliene introdotte sono documentate come invasive. Queste specie rappresentano un importante fattore di estinzione locale e hanno generato un costo economico stimato in 423 miliardi di dollari nel solo 2019.

Si tratta quindi di un fenomeno che non riguarda solo biologi, ecologi o addetti ai lavori, ma l’intera società: agricoltura, pesca, salute pubblica, gestione del territorio, sicurezza idraulica e tutela della biodiversità.

Monitoraggio, dati e prevenzione: la risposta deve essere scientifica

La gestione delle invasioni biologiche richiede una risposta basata su dati, osservazioni continue e capacità di lettura dei cambiamenti in atto. Proprio come avviene in meteorologia con il nowcasting e il monitoraggio territoriale, anche in ambito biologico è fondamentale raccogliere informazioni aggiornate, verificabili e georeferenziate.

L’obiettivo non deve essere quello di creare allarmismo, ma di costruire una conoscenza solida del fenomeno. Solo attraverso un approccio scientifico, rigoroso e libero da preconcetti è possibile fornire alle istituzioni strumenti utili per prevenire nuove introduzioni, contenere le specie già presenti e proteggere gli ecosistemi originari.

Il Mediterraneo, per la sua posizione geografica e per la rapidità con cui sta rispondendo al riscaldamento climatico, rappresenta oggi un vero laboratorio naturale del cambiamento globale. Osservarlo significa comprendere meglio il futuro degli ecosistemi europei.

Redazione Meteo POP

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